Carlo Casale
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    Hacker, Virus, eMule, Torrent.

    Mi sono sempre interessato di musica e in 65 anni son passato dal mitico 78 giri, difficilmente collezionabile sia per la fragilità che per il peso, al CD. Tirai un sospiro di sollievo quando scoprii che per ascoltare una canzone da un disco non ero più costretto a cambiare continuatamente la puntina perchè era stato inventato il microsolco in vinile. Il passare del tempo e nuove tecnologie portarono la diffusione della musica attraverso musicassette, stereo 8, Long playing, fino ad arrivare all’odierno compact disc.


    Tutto questo però sparisce con un semplice colpo di spugna con l’invenzione del “Computer”, che disintegra irrimediabilmente il piacere di “possedere materialmente” la musica. Per una questione di sopravvivenza ho dovuto accettare questo aggeggio “infernale” adeguandomi alla modernità.
    Ricordo che circa 5 anni fa, preso atto della “fine commerciale” della musica, invitai mio figlio Alfonso, svezzato con rock, tanghi e cha cha cha, a sostituirmi nell’impresa familiare (Co.Ca.in) e ad intraprendere, per quanto possibile, il difficile mestiere di “imprenditore” in un campo parallelo al mio. Fu così che nacque “Memorystock“, tutto “Made in China” con termini incomprensibili. Mi sentii, almeno per i primi tempi, come un pesce fuor d’acqua…non ci capivo un bel niente di niente, specialmente con le terminologie: Byte, megabyte, gigabyte, terabyte, pen drive, usb, account, sito, blog, Emule, Torrent, Link, SD, Micro SD, mail, Mp3, Hard disk, Dual layer, Blu ray, Console Nintendo, X box, Play station, Nintendo Wii, etc. A volte notavo mio figlio un pò esaurito e da genitore preoccupato gli chiedevo: “Ti è successo qualcosa?” , No! è che ho preso un “Virus” e la mia ignorante consolazione era “Va beh, pigliati un’aspirina”. Altre volte notavo che arrabbiatissimo si lamentava: “Mi hanno attaccato degli “hacker” e io gli ricordavo le sagge parole di mio padre ” fattelle cu chi è meglio e te e fance ‘e spese”; giustamente rideva a crepapelle per le mie equivoche cavolate. Ora so esattamente chi sono gli “hacker”, i “cracker”, i “Virus”: warm, macrovirus, trojan (che non erano quei figli di buona donna che io immaginavo).

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    60° Festival della canzone italiana.

    A molti sfugge il titolo della manifestazione canora più importante in Italia e cioè: Festival della “Canzone” italiana, criticando ( e per fortuna della kermesse sanremese) Emanuele Filiberto di Savoia Principe di Venezia, ritenendolo una voce (si fa per dire) fuori da coro, formato per l’occasione dal trio: Pupo (Enzo Ghinazzi), Emanuele Filiberto e dal tenore Luca Canonici. Questo 60° Festival della “Canzone” italiana, ha ricevuto un ottimo riscontro di ascolto proprio grazie al Nobile Filiberto, contestatissimo nel virtuale Referendum sanremese: “Monarchia o Repubblica”?; infatti, tale era la parvenza del dissenso di alcuni generici a pagamento presenti in galleria del Teatro Ariston. L’altro elemento che ha determinato il gran successo della manifestazione è stato senza dubbio alcuno, la simpatica presenza di Antonella Clerici, che con perfetta autoironia ha saputo rendere simpatica la sua (costruita) goffaggine, limitando le sue performance ad un compito che pochi presentatori sanno esercitare: concentrare l’attenzione del pubblico sulle canzoni e non sulla loro bravura spettacolare personale (Bonolis - Laurenti).

    Le trasmissioni televisive, qualunque siano, ottengono grandi riscontri solo se criticate; pensate ad un “Porta a porta” senza tafferugli verbali; “Annozero” condotta da Santoro senza mai pronunciare la parola “Berlusconi”, rimarrebbero trasmissioni soporifere, inascoltate. La critica è la fortuna di tutte le trasmissioni e manifestazioni televisive; cosa potrebbe rendere una trasmissione come “La domenica sportiva” senza il dissenso agli arbitri, ai dubbi inspiegabili della “moviola”, alle cavolate del pendolino di Maurizio Mosca e alle istigazioni di Biscardi?. Ritornando al Festival della “Canzone” italiana e’ bene ricordare alcuni aneddoti ed episodi degli anni precedenti, per poter dimostrare come tutto si ripete immancabilmente ogni anno, pur di ottenere audience o il fatidico share. Nel 1979 la RiFi Record di Milano, fece vincere (si disse allora) il Festival ad un certo Mino Vergnaghi, con la canzone “Amare”, ovviamente nessuno o quasi ha mai sentito parlare di questo cantante, che per la verità veniva da un piccolo sintomo di successo dovuto al brano “Parigi addio” ed era stato il leader del complesso “il Segno dello Zodiaco”; ricordiamo alcuni brani importanti: Questa sera non ho pianto, Parlami sotto le stelle etc. Fu questo il probabile motivo che indusse gli Ansoldi (proprietari della casa discografica) a puntare tutto su Vergnaghi, convinti che la vittoria a Sanremo ne avrebbe consacrato la popolarità e il successivo aumento di vendite dei suoi dischi; purtroppo non solo questo non si verificò, per quanto quello che doveva risultare il trampolino di lancio per l’incolpevole Vergnaghi, non fece altro che relegarlo tra le “Meteore” della musica leggera. Arisa è stata forse l’unica “novità” consacrata del passato, ottenendo qualche consenso da parte dei nostalgici delle strabilianti voci del “Trio Lescano” o delle “Andrews Sisters”. Ricordo agli appassionati di questo genere musicale che potranno goderlo acquistando (pardon…un lapsus), volevo dire scaricando un CD del Maestro Leo Sanfelice. Sempre nel 1979 un gruppo campano “I Pandemonium”, prevedendo quello che sarebbe successo in futuro a Sanremo, interpretarono “Tu fai schifo sempre”.
    Altro caso eclatante si verificò nel Sanremo 1997 con “I Jalisse”, vincendo quell’edizione con “Fiume di parole” e finendo 24 ore dopo nel “Club Meteore”, ma la cosa che rimane sconcertante è che in quell’edizione fu esclusa dalla finale Carmen Consoli che cantò “Confusa e felice” e Nek si classificò al 10° posto con “Laura non c’è”, però entrò in finale Miki Mix con “E la notte se ne va”…con lo stesso Miki.
    Comunque tutti hanno tentato tutto per fare ascolti, ricordate ad esempio il finto suicidio di un certo Pino Pagano, salvato dall’eroico Pippo Baudo che con le buone maniere lo distolse dal fare l’insano gesto di buttarsi dal loggione, alto poco più di 2 metri?. Che dire del Festival di Sanremo del 1990, quando “Striscia la notizia” rivelò già dalla prima serata la classifica finale dei 3 vincitori: 1° I Pooh; 2° Toto Cutugno e 3° Amedeo Minghi.
    Per finire vi dico la mia: la musica ed il piacere di ascoltarla è soggettivo, pertanto la canzone più bella è quella che incontra il gusto del singolo e non certamente quella indicata da chi ritenendosi un competente lancia in aria partiture musicali per protesta, cercando di imporre agli altri la saggezza del pentagramma…ma questa è un’altra storia.

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    Fabio Concato “A Dean Martin”

    Quando la SAAR srl di Milano mi inviò il disco campione di Fabio Concato “A Dean Martin”, accompagnato da una lettera dell’Ufficio stampa, così presentava questo nuovo artista: Cantautore, vero nome Fabio Pittaluga, anni 24, proveniente dal Derby di Milano, locale dal quale erano saliti alla ribalta tantissimi artisti, divenuti in seguito personaggi famosi; cantante con grandi prospettive di successo, al quale bisognava dare la massima attenzione per volere del Capo: Walter Guertler, che lo aveva scoperto e voluto alla SAAR.
    Incuriosito accesi il giradischi e ascoltai: “Ragasina, piccolina, ti ho comprato la gelato, il caramello e un sacchetto di pop corn; mi dispiace Colombina che non ti piaccia affatto il profumo della mia brillantina”…….e cosi via; il tutto in un italiano americanizzato molto piacevole, a mo’ di ballata cabarettistica. Il primo impatto fu positivo, e per la verità rimasi anche abbastanza contento per non aver ricevuto un altro pezzo da cabaret. Questo genere, per la verità in Campania non funzionava tanto, anzi per niente. C’erano già diversi artisti importanti nel catalogo come: Enzo Jannacci, Cochi e Renato, il Tognella (Armando Russo), bravissimi quanto vuoi, ma io non riuscivo a venderli. Il disco pur se datato sulla busta 1977, io ricordo di averlo commercializzato nel 1978, compreso LP “Storie di sempre”. Quello fu l’inizio della fine, perchè tutti i nostri sforzi per imporlo, risultarono vani in seguito; Fabio Concato infatti, dopo la prima esperienza alla SAAR, pur pubblicando un secondo album “Svendita totale” etichetta Harmony, passò alla Philips nel 1979 incidendo l’album “Zio Tom”. Io, ritenendo che la SAAR era incapace di gestire bravi artisti e li lasciava andar via, decisi, nello stesso anno (1978), di andar via dalla Casa Discografica milanese e passare alla RiFi Record; non l’avessi mai fatto, me ne pentii amaramente; in seguito la RiFi Record di Giovanbattista Ansoldi fallì e la SAAR di Guertler e Balloni oggi è ancora lì, in V.le Porta Vercellina,14….errori di gioventù.

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    C’era una volta il Clan.

    C’era una volta il Clan…Celentano; ogni disco pubblicato, indipendentemente dall’artista che lo incideva, finiva nella Hit Parade dei dischi più venduti.
    Motivo principale: “Genialità” del molleggiato e dei suoi componenti; infatti riuscivano ad arrangiare successi internazionali, poco noti in Italia e li incidevano in italiano.
    Di Gino Santercole, nipote di Adriano, 2 bellissime cover: Sono un fallito, cover di Busted di Ray Charles, inclusa nel famoso disco tris + 1 del 1965 e Stella d’argento, cover di un brano scritto e pubblicato nel 1939 da Jimmy Kennedy e Michael Carr; portata al successo nel 1961 da Shep Fields e incisa in seguito da Frank Sinatra, Bing Crosby, Chuck Berry, Gene Autry , Chris Isaak etc.; oltre alla versione di Gino Santercole, esiste una versione (rara) incisa da “I Dragoni” nel 1980. Ricordiamo alcuni dei componenti del Clan Celentano: Adriano Celentano, Claudia Mori, Gino Santercole, Don Backy, Milena Cantù, Pilade (Lorenzo Pilat), Ricky Gianco (Riccardo Sanna),Guidone (Guido Crapanzano), I Ribelli, Clem Sacco, Ico Cerutti, Fred Bongusto etc.

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    Salvatore D’Orta bassista…racconta 2^ parte

    Salvatore D’Orta racconta: “Il nostro primo insuccesso arrivò più per un probabile boicottaggio che per demeriti personali; infatti dovendo esibirci col brano “Vierno”, incisa anche da Fausto Leali, pezzo richiestoci dall’organizzazione; stranamente l’impianto di amplificazione subì cali di tensione, al punto da farci smettere l’esibizione. Protestammo per l’accaduto e grazie all’intercessione di Nunzio Gallo riuscimmo a ripetere l’esibizione il giorno seguente; nel dubbio cambiammo brano, preferendo “Satisfaction” dei Rolling Stones, accolto dal pubblico con piacere, tributandoci consensi molto positivi. Ora eravamo conosciuti da tutti e ovviamente riconfermati per la Festa dell’Unità dell’anno successivo, tenutasi al Teatro Metropolitan, con ospiti d’eccezione: Fred Bongusto, Franco Battiato e lo stesso Nunzio Gallo; fummo segnalati e descritti da alcuni quotidiani come “Il complesso che sta cambiando volto alla musica partenopea: I Beatmen, ovvero i Neapolitan Beatles. Tantissime metamorfosi subì il gruppo nel tempo, infatti Lello Pugliese poco dopo uscì dal gruppo, in quanto non si sentiva appagato come chitarrista; rientrò l’anno dopo come pianista-tastierista; aggiungemmo altri elementi, per adeguarci alle esigenze di cambio generazionale.

    Ora imperversava il Rythm & Blues ed alla base occorrevano i fiati, che puntualmente arrivarono; aumentò anche il numero degli orchestrali, che arrivati a 7 elementi ci costrinsero a ricambiare il nome del gruppo, che divenne, in primo momento “The Seven Group” e più tardi per un errore tipografico sul manifesto “The Selen Group”. Tanti impegni si susseguirono in locali come il Golden Gate di via Manzoni fino al noto locale di via dei Mille dei F.lli Campanino: “La Mela”, nel quale Peppino Di Capri era quasi in pianta stabile. Il sottoscritto iniziò a suonare con un basso elettrico di moda in quel periodo: “Wurlitzer”, marca che per la verità iniziò con la fabbricazione di Juke box (non quelli con la cupola arrotondata di plexiglass per intenderci, che invece arrivarono importati dall’America col nome del suo ideatore David Rockola e cioè “Rock Ola” del 1946). Il complesso era pronto e all’altezza per esibirsi con grandi artisti come: Patty Pravo, Equipe ‘84, Christophe, Antoine etc. All’inizio degli anni ‘70 Lello Pugliese decise di intraprendere la carriera da solista e con l’aiuto di un agente discografico iniziò l’avventura con la RiFi Record di Milano. Da qui in poi termina il racconto entusiasmante di Salvatore D’Orta e inizia quello di Carlo Casale per la terza parte.

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    Salvatore D’Orta bassista, racconta…1^ Parte

    Salvatore D’Orta, bassista, racconta le sue prime esperienze musicali. Siamo nel lontano 1965 ed insieme ad altri tre amici: Lello Pugliese (chitarra), Salvatore D’Orta (basso), Salvatore Nevola (batteria) e Salvatore Valentino (cantante), tutti della Torretta, noto quartiere della Riviera di Chiaia a Napoli, mettono su un primo complessino, che per i tanti Salvatore prende il nome di “Lello e i Salvador”. Le prove si facevano a casa di Lello Pugliese, il più agiato del gruppo con l’approvazione dei genitori. Il repertorio per la moda del momento era per lo più “Beatlesiano”, fu così che un giornalista del quotidiano “Il Tempo” dopo averli ascoltati in una delle serate nei locali partenopei scrisse un articolo definendoli “Beatles napoletani”, da li il cambio del nome del complesso in “NB” Neapolitan Beatles. Grazie a quell’articolo con foto furono contattati e scritturati dall’Hotel Continental per un veglione di capodanno. Per presentarsi degnamente, vestiti da artisti moderni, c’era bisogno di divise adatte; questo non risultò un ostacolo per la famiglia di Lello, padre parrucchiere alla moda, pensò bene di far confezionare 4 splendide camicie di “Lamè”, alla Beatles insomma, che però suscitò una garbata confessione da parte del tassista che li accompagnava al locale: “Uagliù, senza offesa, me parite quatte ricchiune”. La serata fu testimoniata dal “Tempo” ed era il 1966. Dopo una serie di piccole esibizioni arrivò l’occasione per mettere in mostra le proprie capacità, “fummo invitati - dice Salvatore - a partecipare alla Manifestazione della Befana dell’Unità” dove erano presenti famosi personaggi del mondo dello spettacolo, come Sergio Endrigo, Nino Taranto, Dolores Palumbo e Ugo D’Alessio; presente a questa manifestazione anche “Rolando e i Delfini”, complesso nel quale militarono musicisti che in futuro sarebbero diventati personaggi noti; per la cronaca questo gruppo è tuttora in attività nelle zone d’origine (Lastra a Signa - Firenze) e per l’occasione desidero ricordare Luciano Perissi, componente del gruppo fino ai primi anni del 2000, tragicamente ed immaturamente scomparso nel 2004. Dopo questa esperienza furono chiamati dal proprietario di un locale: il Bit Club, che stava attraversando un periodo di difficoltà, a causa del proliferare di tantissimi locali, sparsi per tutta Napoli, alle seguenti condizioni: gratis inizialmente e un progressivo cachet in base all’incremento degli incassi. Dopo una piccola campagna pubblicitaria il locale raggiunse il tutto esaurito, ogni domenica era presente il giovane Gianni Rock, futuro Massimo Ranieri, col quale strinsero un rapporto amichevole. A questo punto, non dovendo eseguire più brani dei Beatles, decisero di cambiare il nome in “Beatmen”; il successo si sparse a macchia d’olio, tanto da essere chiamati per la festa di Piedigrotta, che si svolgeva nella Villa Comunale di Napoli, che gli permise di farsi conoscere anche da un pubblico non giovanile.

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    Salve D’Esposito racconta…”Anema e core”

    Salve D'Esposito il "MAESTRO"

    Salve D'Esposito il "MAESTRO"

    Come nacque la canzone “Anema e core” ?.
    Inizialmente doveva chiamarsi ” Na matenata ‘e sole “, ma avendo già composto “Me sò ‘mbriacato ‘e sole” decise,  di intitolarla “Anema e core”, divenendo il successo mondiale che tutto il mondo ha cantato. Per la prima volta viene eseguita dal tenore Tito Schipa alla radio, accompagnato al pianoforte dallo stesso autore, che da quel momento diventerà Salve e non più Salvatore. “Anema e core” in seguito verrà inserita, come colonna sonora, in molteplici film, da ricordare l’ultimo della serie “L’onore ed il rispetto” con Gabriel Garko e Serena Autieri.
    In Italia già nel 1951 era stato prodotto un famoso film con l’omonimo titolo, che vide protagonisti attori eccellenti di quel periodo, tanto per citarne qualcuno: Riccardo Billi, Mario Riva, Silvana Pampanini, Dorian Gray, Franca Marzi e il grande Ferruccio Tagliavini.
    Cantata in tutto il mondo ed in tutte le lingue “Anema e core” diventerà:
    Mon coeur cherche ton coeur in Francia, Belgio, Lussemburgo etc.
    With all my heart and soul in America (USA) e Canada;
    Alma e coracao in Sudamerica, Argentina e Brasile;
    Ewige liebe in Germania;
    Alma y corazòn in Spagna e Portogallo;
    Anema e core in Giappone;
    How wonderful to know in Inghilterra, Danimarca etc.
    e così via, con titoli impronunciabili, in Russia, Svezia, Grecia, Cina etc.
    Nel 1955 solo in Italia si contavano già 55 incisioni, che diventeranno migliaia fino ai giorni nostri. Con “Anema e core” Salve D’Esposito aveva anticipato i tempi di 30 anni, infatti le sue melodie sono state e saranno sempre “perle” per i night club più “in” del pianeta.
    Un giorno fu chiesto al maestro quale fosse il segreto attrattivo ed emozionale di “Anema e core”, la risposta fu: 12 versi e 32 battute.
    Finora ho catalogato più di mille incisioni, le più note e ricercate sono quelle di: Tito Schipa, che la tenne a battesimo, Beniamino Gigli, Claudio Villa, Bruno Venturini, Ferruccio Tagliavini, Giuseppe Di Stefano, Jerry Vale, Cliff Richard, Perry Como, Tullio Pane, Gabriele Vanorio, Renzo Arbore, Tullio Pane, Roberto Murolo, Santo e Johnny, Fausto Cigliano, Nino Taranto, Peter Van Wood, Rino Salviati, Iva Zanicchi, Nini Rosso, Gianni Nazzaro, Vic Damone, Frankie Avalon, Mario Abbate, Andrea Bocelli, Luis Mariano, Luciano Pavarotti, Michael Bublè, la schiera è infinita ma l’interprete che più di tutti ti crea emozioni è secondo me Raffaello Converso, che alla voce aggiunge il suo cuore di napoletano “Verace”.

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    Troppi CD invenduti

    Ormai sono troppi i CD invenduti, dovuto alla spropositata ed ingiustificata produzione di questi prodotti. Mi ricordo che diversi anni fa arrivai alla conclusione (fortunata) di togliere dalla vendita del negozio gli stereo per auto, in base ad un calcolo elementare: domanda-offerta. Mi feci una domanda e come dice Marzullo mi diedi una risposta: “Se le auto vendute in Italia in un anno sono 1000 e arrivano 3000 apparecchi autoradio, che fine faranno i 2000 in più?”. Oggi c’è da porsi la stessa domanda per i CD musicali: “Se le case discografiche ne producono 1000 e se ne acquistano 500, che fine faranno i CD in surplus ?”. Qui la risposta c’è ! Mentre nelle auto non si potevano mettere 2 autoradio, i CD se ne possono comprare molti di più, ma a patto che costino molto meno; questa e la spiegazione logica del prezzo dei sottoelencati CD in vendita a 50 centesimi.

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    I CD di musica jazz che costano di meno.

    Beh ! Qui proprio si buttano; io ne ho trovati a migliaia al prezzo massimo di 2 euro, ma questi che vedete recensiti li ho pagati 50 centesimi l’uno. Il primo di Bud Powell (Piano) con Charlie Parker (sax alto), Art Taylor (Batteria) e Charlie Mingus (Basso) è un Cd con le registrazioni da 78 giri del maggio/giugno e luglio 1953. L’ascolto non è eccellente ma l’esecuzione dei brani è da 10 e lode. Il secondo CD è di Charlie Parker che con Miles Davis alla tromba, Tadd Dameron al piano, Curly Russell al basso e Max Roach alla batteria fanno di questa incisione live un pezzo pregiato da ascoltare e conservare. Il terzo CD è di Gary Thomas, che si avvale per queste incisioni di grandi jazzisti, quali Charles Covington, Paul Bollenback, il batterista Jack De Johnette, Tim Murphy, Marvin Sewell, Ed Howard, Terri Lyne Carrington e Steve Moss.

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    I compact disc (CD)che costano di meno.

    Rispondo alle tante domande dei visitatori del blog che mi chiedono: “Quali CD originali costano di meno attualmente”. Se non si chiede la botte piena e la moglie ubriaca, tantissimi sono i CD che si possono trovare a prezzi stracciati. Questi che vi elencherò, costano 50 centesimi e si trovano facilmente nelle ceste dei venditori dei mercatini. Il primo CD è della Atlantic americana, inciso da un bel trio di ragazze di colore (Kim Cage, Leah Johnson e Christi Thornton) nel 1992, genere Rap-Dance molto accattivante, ottima la personale versione di “Let’s spend the night togheter”. Il secondo Cd, sempre edito dall’Atlantic, cantato da due bellissime cantanti di colore, genere Rap-dance. Il terzo Cd, sempre Atlantic, del gruppo Linear (Charlie “Steele” Pennachio lead vocals e chitarra acustica; Wyatt “Riot” Pauley chitarra elettrica e acustica, chitarra basso, keyboards e voce; Joey “Bang” Restivo percussioni e voce, viene catalogato da E - Bay come “Rare US Pop Rock ! CD Mint” e venduto all’asta a circa 10 euro al momento.

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