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    Tutti al mare, tutti al mare a mostrar…

    Questa era la canzone-inno che l’indimenticabile Gabriella Ferri cantava negli anni ‘70, esortando il popolo vacanziero a godere del mare, del sole, della musica, della felicità di vivere senza troppi pregiudizi, legati al buon costume dei decenni precedenti. Gabriella cantava “Tutti al mare, tutti al mare a mostrar le chiappe chiare” e questo era possibile negli anni ‘70, cosa assolutamente impensabile negli anni ‘50 e ‘60. Ricordo che le ragazze di quel periodo indossavano un costume con una tendina nelle parti basse, lasciando lavorare molto l’immaginazione maschile; ora vedo tante “chiappe scure” che non mostrano neanche un filo del costume. Si andava a mare viaggiando in treno, attrezzati di ombrelloni, canotti già gonfiati prima di partire, il fiasco di vino e l’immancabile pastiera di maccheroni.

    Lo stabilimento era a Torrione (Salerno): “La conchiglia”, dove si accedeva pagando una piccola somma per ottenere un cassetto munito di chiave (stipetto), per deporre gli indumenti (il costume si indossava a casa). Le zitellone accompagnate dalla balla di lardo “mammina”, con una lauta mancia al bagnino cercavano di ottenere il posto accanto alla famiglia benestante, col figlio imbranato e disposto a sistemarle a vita. La fame era tanta, che a volte eravamo costretti a far cadere l’asciugamano su qualche succulenta colazione di “sasicce ‘e vrucchele” e farla sparire sotto l’asciugamani. Il fusto della spiaggia, che mi faceva sempre vergognare per la mia vistosa esposizione di ossa pettorali, finiva quasi sempre in una buca piena di “garcon merde”. Le canzoni degli anni ‘60: Un’estate al mare (Giuni Russo), Una rotonda sul mare (Fred Bongusto), Sapore di sale (Gino Paoli), La ragazza dell’ombrellone accanto (Mina) e così via. I balli: il rock ‘n ‘roll, il pony time, il twist, l’hully gully, il madison. Il flipper, il calcio-balilla, il Juke box, il pattino (allora si chiamava moscone), quanti bei ricordi. Ora una musica assordante, incomprensibile, che sai quando comincia e non sai quando finisce. Ricordo che qualche anno fa ascoltando questa musica, visto che dopo un quarto d’ora il brano non terminava mi avvicinai al D.J. avvisandolo che il disco s’era incantato; questo con un sorriso ironico e per rispetto ai miei capelli bianchi mi informò che quella era la musica “house”; “‘na figura ‘e merda” esagerata, mortificato chiesi scusa e mi nascosi sotto l’ombrellone.

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    Il paese dei balocchi - II parte

    Gli abitanti di Watercloss erano per la maggior parte lavoratori indefessi, dediti alla pastorizia (mungevano pecore) e la minoranza era costituita dagli intellettuali accademici. A loro era affidata l’amministrazione della Contea, in quanto esperti studiosi dei problemi economici e logistici. La gendarmeria locale era poco impegnata e difficilmente interveniva nel controllo dell’ordine dei ca.ca.ca… (carri, carrozze, cavalli), in quanto per favorire le attività commerciali del posto tolleravano ogni abuso indiscriminato dei “boors”: analfabeti e quindi impossibilitati a leggere cartelli e segnalazioni; giustificabile quindi, il loro comportamento poco consono alle reali esigenze di convivenza del mondo civile. A migliorare la situazione della Contea di Watercloss contribuì la costituzione dei C.A.C. (Controller Auxiliary Carriages), che in poco tempo e con un servizio impeccabile ripristinarono l’ordine e la quiete nella Comunità.Karol "lo scemo del villaggio" L’unico che creava problemi a tutti era “lo scemo del villaggio”: Karol; personaggio scomodo e demente, il quale finì segregato nella sua modesta dimora per essersi ribellato alle troppe ingiustizie e invitato a suonare il piffero, come aveva sempre fatto in passato. La terza e ultima parte sarà raccontata prossimamente.

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    Il Paese dei Balocchi

    Lo splendido Castello di Saintmarket.

    Lo splendido Castello di Saintmarket.

    Questa che vi racconto è una favola per adulti; pertanto ogni riferimento a persone, cose e luoghi è puramente casuale.
    C’era una volta un’antica Contea irandese: Watercloss, ridente cittadina popolata da diverse etnie: i Saintmarket, che abitavano questa zona da millenni; i Saintjoseph, dediti al commercio di stoffe pregiate importate dal lontano Oriente e i Boors, agricoltori dei sobborghi viciniori. Il governo della Contea era in mano al Principe McBilott, aspirante al trono. Watercloss, che all’apparenza era per tutti un’isola felice, ben presto cominciò a creare problemi di vivibilità, dovuto al fatto che demograficamente parlando, la popolazione era aumentata esageratamente in breve tempo. Ora bisognava creare un’organizzazione per assicurare fluidità, manutenzione, pulizia e ordine in tutta la Contea, nacque cosi la GEtSEMAni, ex lavoratori dei “frantoi”. Tutto andava per il verso giusto: le strade senza più buche e quindi le carrozze non più soggette a scossoni; mai più odori nauseabondi degli escrementi dei cavalli, sfuggiva solo qualche cacchetta di Irish Wolfhound incustodito e ampi spazi riservati alle carrozze che provenivano dai vicini villaggi, facendo pagare loro un piccolo “Obolo”: 2 Fiorini l’ora nelle zone centrali e 1 fiorino in quelle periferiche. Agli abitanti della Contea era riservato un trattamento di favore in base alle categorie e la religione. Ai Guerci era riservato un “occhio” di riguardo; ai “Donatori Volontari” veniva riservato un posto fisso, perchè dovevano essere sempre disponibili per “Trasfusioni urgenti” e ai “Venditori di fumo” era concesso una sosta veloce alle carrozze e ai cavalieri nello spazio riservato al passaggio pedonale dei castellani, come compenso della cultura gratuita offerta ai controllori della GetSeMani. Tutto questo creava malcontento nella popolazione, che si divise in due opposte fazioni: da una parte quelli dell’ “IDV” Iranda dei valori e dall’altra quelli dell’ “IDF” Iranda dei favori. Prossimamente la seconda parte, solo se mi contattate e volete conoscere la fine della favola.

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    Peppino Gagliardi “Maje”

    Strana casualità, una canzone dal titolo “maje” non è stata “mai” incisa dal suo interprete Peppino Gagliardi. Cantò questo brano al Festival di Napoli, che si tenne dal 17 al 19 ottobre del 1963, in coppia con Lucia Valeri. Oltre a questa “rara e curiosa” particolarità, quel Festival viene tuttora ricordato per il brano “Indifferentemente”, interpretato da Mario Abbate in coppia con Mario Trevi, che pur classificandosi al secondo posto, ottenne un così grande successo da meritargli l’iscrizione nell’albo d’oro delle canzoni classiche napoletane. Altra curiosa coincidenza: il titolo della canzone vincitrice “Jammo jà”, cantata da Maria Paris e dal “Reuccio” Claudio Villa si è ripetuto, “omonimamente” parlando, dopo 47 anni all’ultimo Festival di Sanremo, interpretata da Nino D’Angelo e Maria Nazionale. La canzone “Maje” di Martingano e Monetti, pur non classificandosi per la finale ottenne lo stesso un buon consenso di vendite discografiche, ma solo nella versione incisa da Lucia Valeri; all’epoca si parlò di una cortese concessione di Gagliardi (non incidendola) per favorire la collega. Più tardi però, ci fu chi pensò bene di approfittare di questo vuoto: “Bobby Pagano”, che colmò incidendo “Maje” come facciata B della canzone più richiesta del Festival di Sanremo del 1964: “Una lacrima sul viso”, per l’etichetta Zeus di Napoli. Troppi i cantanti che in quel periodo (favorevole) incidevano “cover” con pseudonimi, che puntualmente stimolavano le curiosità biografiche dei collezionisti. Ora chiedo a tutti quelli che mi leggono di darmi il benchè minimo indizio di questo personaggio, che certamente aveva preso il nome d’arte “Bobby” per l’occasione, da Bobby Solo e Pagano perchè potrebbe essere il suo vero cognome. Altri artisti che incuriosiscono i collezionisti sono: Lorenzo, che ha inciso diversi 45 giri nel 1981 per la Big Stereo e Libero per l’etichetta Polyfon.

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    Lettera al Direttore

    Lettera spedita a un quotidiano; per poterla leggere integralmente cliccate sull’immagine:

    Lettera scritta da un alunno delle scuole elementari

    Lettera scritta da un alunno delle scuole elementari

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    Hacker, Virus, eMule, Torrent.

    Mi sono sempre interessato di musica e in 65 anni son passato dal mitico 78 giri, difficilmente collezionabile sia per la fragilità che per il peso, al CD. Tirai un sospiro di sollievo quando scoprii che per ascoltare una canzone da un disco non ero più costretto a cambiare continuatamente la puntina perchè era stato inventato il microsolco in vinile. Il passare del tempo e nuove tecnologie portarono la diffusione della musica attraverso musicassette, stereo 8, Long playing, fino ad arrivare all’odierno compact disc.


    Tutto questo però sparisce con un semplice colpo di spugna con l’invenzione del “Computer”, che disintegra irrimediabilmente il piacere di “possedere materialmente” la musica. Per una questione di sopravvivenza ho dovuto accettare questo aggeggio “infernale” adeguandomi alla modernità.
    Ricordo che circa 5 anni fa, preso atto della “fine commerciale” della musica, invitai mio figlio Alfonso, svezzato con rock, tanghi e cha cha cha, a sostituirmi nell’impresa familiare (Co.Ca.in) e ad intraprendere, per quanto possibile, il difficile mestiere di “imprenditore” in un campo parallelo al mio. Fu così che nacque “Memorystock“, tutto “Made in China” con termini incomprensibili. Mi sentii, almeno per i primi tempi, come un pesce fuor d’acqua…non ci capivo un bel niente di niente, specialmente con le terminologie: Byte, megabyte, gigabyte, terabyte, pen drive, usb, account, sito, blog, Emule, Torrent, Link, SD, Micro SD, mail, Mp3, Hard disk, Dual layer, Blu ray, Console Nintendo, X box, Play station, Nintendo Wii, etc. A volte notavo mio figlio un pò esaurito e da genitore preoccupato gli chiedevo: “Ti è successo qualcosa?” , No! è che ho preso un “Virus” e la mia ignorante consolazione era “Va beh, pigliati un’aspirina”. Altre volte notavo che arrabbiatissimo si lamentava: “Mi hanno attaccato degli “hacker” e io gli ricordavo le sagge parole di mio padre ” fattelle cu chi è meglio e te e fance ‘e spese”; giustamente rideva a crepapelle per le mie equivoche cavolate. Ora so esattamente chi sono gli “hacker”, i “cracker”, i “Virus”: warm, macrovirus, trojan (che non erano quei figli di buona donna che io immaginavo).

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    60° Festival della canzone italiana.

    A molti sfugge il titolo della manifestazione canora più importante in Italia e cioè: Festival della “Canzone” italiana, criticando ( e per fortuna della kermesse sanremese) Emanuele Filiberto di Savoia Principe di Venezia, ritenendolo una voce (si fa per dire) fuori da coro, formato per l’occasione dal trio: Pupo (Enzo Ghinazzi), Emanuele Filiberto e dal tenore Luca Canonici. Questo 60° Festival della “Canzone” italiana, ha ricevuto un ottimo riscontro di ascolto proprio grazie al Nobile Filiberto, contestatissimo nel virtuale Referendum sanremese: “Monarchia o Repubblica”?; infatti, tale era la parvenza del dissenso di alcuni generici a pagamento presenti in galleria del Teatro Ariston. L’altro elemento che ha determinato il gran successo della manifestazione è stato senza dubbio alcuno, la simpatica presenza di Antonella Clerici, che con perfetta autoironia ha saputo rendere simpatica la sua (costruita) goffaggine, limitando le sue performance ad un compito che pochi presentatori sanno esercitare: concentrare l’attenzione del pubblico sulle canzoni e non sulla loro bravura spettacolare personale (Bonolis - Laurenti).

    Le trasmissioni televisive, qualunque siano, ottengono grandi riscontri solo se criticate; pensate ad un “Porta a porta” senza tafferugli verbali; “Annozero” condotta da Santoro senza mai pronunciare la parola “Berlusconi”, rimarrebbero trasmissioni soporifere, inascoltate. La critica è la fortuna di tutte le trasmissioni e manifestazioni televisive; cosa potrebbe rendere una trasmissione come “La domenica sportiva” senza il dissenso agli arbitri, ai dubbi inspiegabili della “moviola”, alle cavolate del pendolino di Maurizio Mosca e alle istigazioni di Biscardi?. Ritornando al Festival della “Canzone” italiana e’ bene ricordare alcuni aneddoti ed episodi degli anni precedenti, per poter dimostrare come tutto si ripete immancabilmente ogni anno, pur di ottenere audience o il fatidico share. Nel 1979 la RiFi Record di Milano, fece vincere (si disse allora) il Festival ad un certo Mino Vergnaghi, con la canzone “Amare”, ovviamente nessuno o quasi ha mai sentito parlare di questo cantante, che per la verità veniva da un piccolo sintomo di successo dovuto al brano “Parigi addio” ed era stato il leader del complesso “il Segno dello Zodiaco”; ricordiamo alcuni brani importanti: Questa sera non ho pianto, Parlami sotto le stelle etc. Fu questo il probabile motivo che indusse gli Ansoldi (proprietari della casa discografica) a puntare tutto su Vergnaghi, convinti che la vittoria a Sanremo ne avrebbe consacrato la popolarità e il successivo aumento di vendite dei suoi dischi; purtroppo non solo questo non si verificò, per quanto quello che doveva risultare il trampolino di lancio per l’incolpevole Vergnaghi, non fece altro che relegarlo tra le “Meteore” della musica leggera. Arisa è stata forse l’unica “novità” consacrata del passato, ottenendo qualche consenso da parte dei nostalgici delle strabilianti voci del “Trio Lescano” o delle “Andrews Sisters”. Ricordo agli appassionati di questo genere musicale che potranno goderlo acquistando (pardon…un lapsus), volevo dire scaricando un CD del Maestro Leo Sanfelice. Sempre nel 1979 un gruppo campano “I Pandemonium”, prevedendo quello che sarebbe successo in futuro a Sanremo, interpretarono “Tu fai schifo sempre”.
    Altro caso eclatante si verificò nel Sanremo 1997 con “I Jalisse”, vincendo quell’edizione con “Fiume di parole” e finendo 24 ore dopo nel “Club Meteore”, ma la cosa che rimane sconcertante è che in quell’edizione fu esclusa dalla finale Carmen Consoli che cantò “Confusa e felice” e Nek si classificò al 10° posto con “Laura non c’è”, però entrò in finale Miki Mix con “E la notte se ne va”…con lo stesso Miki.
    Comunque tutti hanno tentato tutto per fare ascolti, ricordate ad esempio il finto suicidio di un certo Pino Pagano, salvato dall’eroico Pippo Baudo che con le buone maniere lo distolse dal fare l’insano gesto di buttarsi dal loggione, alto poco più di 2 metri?. Che dire del Festival di Sanremo del 1990, quando “Striscia la notizia” rivelò già dalla prima serata la classifica finale dei 3 vincitori: 1° I Pooh; 2° Toto Cutugno e 3° Amedeo Minghi.
    Per finire vi dico la mia: la musica ed il piacere di ascoltarla è soggettivo, pertanto la canzone più bella è quella che incontra il gusto del singolo e non certamente quella indicata da chi ritenendosi un competente lancia in aria partiture musicali per protesta, cercando di imporre agli altri la saggezza del pentagramma…ma questa è un’altra storia.

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    Fabio Concato “A Dean Martin”

    Quando la SAAR srl di Milano mi inviò il disco campione di Fabio Concato “A Dean Martin”, accompagnato da una lettera dell’Ufficio stampa, così presentava questo nuovo artista: Cantautore, vero nome Fabio Pittaluga, anni 24, proveniente dal Derby di Milano, locale dal quale erano saliti alla ribalta tantissimi artisti, divenuti in seguito personaggi famosi; cantante con grandi prospettive di successo, al quale bisognava dare la massima attenzione per volere del Capo: Walter Guertler, che lo aveva scoperto e voluto alla SAAR.
    Incuriosito accesi il giradischi e ascoltai: “Ragasina, piccolina, ti ho comprato la gelato, il caramello e un sacchetto di pop corn; mi dispiace Colombina che non ti piaccia affatto il profumo della mia brillantina”…….e cosi via; il tutto in un italiano americanizzato molto piacevole, a mo’ di ballata cabarettistica. Il primo impatto fu positivo, e per la verità rimasi anche abbastanza contento per non aver ricevuto un altro pezzo da cabaret. Questo genere, per la verità in Campania non funzionava tanto, anzi per niente. C’erano già diversi artisti importanti nel catalogo come: Enzo Jannacci, Cochi e Renato, il Tognella (Armando Russo), bravissimi quanto vuoi, ma io non riuscivo a venderli. Il disco pur se datato sulla busta 1977, io ricordo di averlo commercializzato nel 1978, compreso LP “Storie di sempre”. Quello fu l’inizio della fine, perchè tutti i nostri sforzi per imporlo, risultarono vani in seguito; Fabio Concato infatti, dopo la prima esperienza alla SAAR, pur pubblicando un secondo album “Svendita totale” etichetta Harmony, passò alla Philips nel 1979 incidendo l’album “Zio Tom”. Io, ritenendo che la SAAR era incapace di gestire bravi artisti e li lasciava andar via, decisi, nello stesso anno (1978), di andar via dalla Casa Discografica milanese e passare alla RiFi Record; non l’avessi mai fatto, me ne pentii amaramente; in seguito la RiFi Record di Giovanbattista Ansoldi fallì e la SAAR di Guertler e Balloni oggi è ancora lì, in V.le Porta Vercellina,14….errori di gioventù.

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    C’era una volta il Clan.

    C’era una volta il Clan…Celentano; ogni disco pubblicato, indipendentemente dall’artista che lo incideva, finiva nella Hit Parade dei dischi più venduti.
    Motivo principale: “Genialità” del molleggiato e dei suoi componenti; infatti riuscivano ad arrangiare successi internazionali, poco noti in Italia e li incidevano in italiano.
    Di Gino Santercole, nipote di Adriano, 2 bellissime cover: Sono un fallito, cover di Busted di Ray Charles, inclusa nel famoso disco tris + 1 del 1965 e Stella d’argento, cover di un brano scritto e pubblicato nel 1939 da Jimmy Kennedy e Michael Carr; portata al successo nel 1961 da Shep Fields e incisa in seguito da Frank Sinatra, Bing Crosby, Chuck Berry, Gene Autry , Chris Isaak etc.; oltre alla versione di Gino Santercole, esiste una versione (rara) incisa da “I Dragoni” nel 1980. Ricordiamo alcuni dei componenti del Clan Celentano: Adriano Celentano, Claudia Mori, Gino Santercole, Don Backy, Milena Cantù, Pilade (Lorenzo Pilat), Ricky Gianco (Riccardo Sanna),Guidone (Guido Crapanzano), I Ribelli, Clem Sacco, Ico Cerutti, Fred Bongusto etc.

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    Salvatore D’Orta bassista…racconta 2^ parte

    Salvatore D’Orta racconta: “Il nostro primo insuccesso arrivò più per un probabile boicottaggio che per demeriti personali; infatti dovendo esibirci col brano “Vierno”, incisa anche da Fausto Leali, pezzo richiestoci dall’organizzazione; stranamente l’impianto di amplificazione subì cali di tensione, al punto da farci smettere l’esibizione. Protestammo per l’accaduto e grazie all’intercessione di Nunzio Gallo riuscimmo a ripetere l’esibizione il giorno seguente; nel dubbio cambiammo brano, preferendo “Satisfaction” dei Rolling Stones, accolto dal pubblico con piacere, tributandoci consensi molto positivi. Ora eravamo conosciuti da tutti e ovviamente riconfermati per la Festa dell’Unità dell’anno successivo, tenutasi al Teatro Metropolitan, con ospiti d’eccezione: Fred Bongusto, Franco Battiato e lo stesso Nunzio Gallo; fummo segnalati e descritti da alcuni quotidiani come “Il complesso che sta cambiando volto alla musica partenopea: I Beatmen, ovvero i Neapolitan Beatles. Tantissime metamorfosi subì il gruppo nel tempo, infatti Lello Pugliese poco dopo uscì dal gruppo, in quanto non si sentiva appagato come chitarrista; rientrò l’anno dopo come pianista-tastierista; aggiungemmo altri elementi, per adeguarci alle esigenze di cambio generazionale.

    Ora imperversava il Rythm & Blues ed alla base occorrevano i fiati, che puntualmente arrivarono; aumentò anche il numero degli orchestrali, che arrivati a 7 elementi ci costrinsero a ricambiare il nome del gruppo, che divenne, in primo momento “The Seven Group” e più tardi per un errore tipografico sul manifesto “The Selen Group”. Tanti impegni si susseguirono in locali come il Golden Gate di via Manzoni fino al noto locale di via dei Mille dei F.lli Campanino: “La Mela”, nel quale Peppino Di Capri era quasi in pianta stabile. Il sottoscritto iniziò a suonare con un basso elettrico di moda in quel periodo: “Wurlitzer”, marca che per la verità iniziò con la fabbricazione di Juke box (non quelli con la cupola arrotondata di plexiglass per intenderci, che invece arrivarono importati dall’America col nome del suo ideatore David Rockola e cioè “Rock Ola” del 1946). Il complesso era pronto e all’altezza per esibirsi con grandi artisti come: Patty Pravo, Equipe ‘84, Christophe, Antoine etc. All’inizio degli anni ‘70 Lello Pugliese decise di intraprendere la carriera da solista e con l’aiuto di un agente discografico iniziò l’avventura con la RiFi Record di Milano. Da qui in poi termina il racconto entusiasmante di Salvatore D’Orta e inizia quello di Carlo Casale per la terza parte.

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