Laurea in artigianato.

donatoUn proverbio napoletano così recitava: ‘A carne ‘a sotto e ‘e maccarune ‘ncoppo.
Oggi, riconosciuto da tutti, un buon artigiano vale, 5 lauree messe insieme, peccato che le scuole di avviamento sono scomparse o quasi; probabilmente la disoccupazione sarebbe risultata più bassa. Essendo figlio di artigiano, mio padre era un barbiere, che stentava a sbarcare il lunario con delle paghe misere di una clientela ancora più disagiata, riconosco le difficoltà di un tempo.
Oggi è cambiato tutto; infatti per avere una visita domiciliare di un artigiano bisogna prenotarsi.
Tenterò di mettere in risalto artigianato locale e antichi mestieri, ormai scomparsi quasi totalmente dai nostri paesi.
Nostalgicamente descriverò quanto avveniva negli anni ’50 e quanto di buono si realizzava a Mercato S. Severino, e nelle frazioni dei paesi viciniori.
Ricordo i F.lli Romano giù al Corso, esperti artigiani per la lavorazione del legno, definita l’arte dell’intreccio.
Costruivano una gran varietà di cesti e canestri, per la raccolta delle ciliegie, per il trasporto del pane, per tutto ciò che si raccoglieva nei campi. Gli scalari di Spiano, specializzati nella costruzione di scale strette e lunghe, particolarmente adatte per la raccolta di frutta da alberi di alto fusto, oltre al classico treppiedi (‘o treppete), tuttora utilizzato nei campi. La cucina di casa mia era attrezzata con tegami in rame di varie dimensioni, e per il fatto che si cuoceva tutto sul fuoco del camino o della brace, facilmente si annerivano, ritardando di parecchio la cottura delle pietanze; quindi costretti a rivolgerci ai ramari di Pizzolano, Penta e Fisciano, per una efficace ripulitura del nero ‘nguzzuto (incrostato) che si formava nel tempo.

Dopo un esperto trattamento li riportavano splendenti come nuovi.
Ricordo a questo proposito, le “appiccicate” (litigate) che faceva la buonanima di mia Zia Rosalia con i ramari “furbetti”, che le proponevano la permuta della vecchia “tiella” di rame con una nuova alla pari.
La mia vecchietta conosceva il fatto suo, sapendo perfettamente che la nuova era di qualità inferiore, contenente una lega di finta rame e quindi “trattativa abortita sul nascere”.
Altra lavorazione artigianale locale era rappresentata dai “bottari” e “copellari”; i primi ancora oggi operano in tutto il mondo con la loro sapiente tecnica specializzata per la costruzione di botti di legno di quercia, in particolare rovere o farnia, insostituibili per la conservazione di vini pregiati; i secondi sono stati soppiantati dalla plastica e dal polistirolo, purtroppo anche nel settore alimentare.
Ho voluto ricordare con una foto “rara” il Sig. Giuseppe Avallone, gelataio stabiese, primo proprietario del Bar Europa, che portò a Mercato S. Severino la varietà di gelati: alla vaniglia, alla menta, al pistacchio etc…. Però, non riuscì mai ad eguagliare l’insuperabile gelato al limone ‘e Fonzo ‘o cià cià (cià cià, perchè parlava in continuazione, senza mai sputare). Oggi si parla tanto di progresso; i giovani asseriscono che queste attività, altamente apprezzabili, sono improponibili nell’era moderna. Ho qualche dubbio!!!
Altra attività, quasi del tutto scomparsa, è il lavoro di pulitura e taglio delle nostre colline.
Un mio caro amico, Vito Mariano, mi ha raccontato tanti aneddoti di quel duro lavoro, lamentando l’incontrollato abuso che si fa oggi della natura incontaminata. Ricorda persino i nomi dei suoi muli, che per curiosità dei lettori cercherò di far pubblicare sul giornale.

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