Notizie storiche e artistiche su Mercato Sanseverino 1^ parte

Foto d'epoca di Sanseverino Rota
Foto d'epoca di Sanseverino Rota

Mercato Sanseverino, alla confluenza della vecchia “via delle Puglie”, tra Napoli e Foggia, e quella dei Principati, tra Salerno ed Avellino, fu per l’economia feudale il centro degli scambi dei prodotti agricoli e dell’artigianato dando vita a quel mercato, che da secoli, il Sabato, raduna le genti della valle per l’imponente fiera, che ha dato il nome al paese ed è fonte di benessere per tutta la zona.
Le origini di Sanseverino si fanno risalire all’OPPIDUM ROTAE, che fu un centro popoloso dell’epoca Romana ed appartenne, nell’alto Medio Evo, ai Principi Longobardi di Salerno.
Di Rota è rimasto il solo ricordo ed alcuni riferimenti nella toponomastica locale, come ad esempio “Marcello” in frazione S. angelo, ove ancora esiste una antica quadrata torre, che la tradizione orale vuole di un Console Marcello, non sappiamo quale dei tre Consoli di tal nome.
Sono ancora indizi sicuri dell’esistenza di Rota il nome di “VIA PORTA ROTESE” che ha la strada Sanseverino – Salerno, ed il titolo di “SAN MARCO A ROTA” che si legge da secoli nel sigillo della Parrocchia della frazione Curteri.
Gli avanzi di questa vecchia chiesa sono incorporati in una casa colonica che è alla sinistra dell’abitato di Curteri, in prossimità della frazione Monticelli.
La vera storia di Sanseverino però ha inizio per noi con la calata dei Normanni a Salerno. Un TURGISIO figlio di Crispino di Arnes combattente valoroso sotto l’insegna di ROBERTO IL GUISGARDO, nel 1067, in premio dei servizi prestati, ebbe dal suo capo in signoria i Castelli della Valle Sanseverinese: Solofra, Montoro, Castel San Giorgio, e prese il nome di TROGISIUS DE ROTA, dando inizio alla potente casata dei Sanseverino.
E’ leggenda che il fiero Normanno Turgisio, trovasse nel “PALCO” il monte su cui ora sorge il vetusto castello, una reliquia di San Severino Abate, Vescovo del Norico, l’evangelizzazione della piana del Danubio, ed in ricordo di tale avvenimento, desse il nome del Santo all’OPPIDUM ROTAE e alla sua casata.
Dagli annali del Di Meo risulta che già nell’884, in periodo Longobardo, il Castello di Rota si chiamava “di San Severino” e rimane così assodato che fu la località a dare il nome alla casata della famiglia Normanna. I possedimenti della quale si estendevano dal Castello di Montoro alle terre di Bracigliano e Siano, da Monte S. Michele con i territori di Calvanico e Fisciano, fino a Baronissi e Pellezzano, con limite verso Salerno, “ad aquam melae” l’odierna “Acquamela”.
I Sanseverino furono una schietta ardita e potente. Si arricchirono dei feudi di Solofra (che cedettero poi ai Filangieri in cambio di benefici) della Contea di Marsico coi Castelli di Teggiano e Sala Consilina.
In Basilicata ebbero Potenza e Tricarico e si spinsero nelle Calabrie con i feudi di Mileto e Bisignano.
Intriganti ed astuti, furono fra i potenti baroni dei Regni Normanno e Svevo e gli storici li trovano presenti a capeggiare tutte le ribellioni all’autorità regia e imperiale; spesso anzi furono i despota delle Monarchie dell’Italia Meridionale.
Ebbero come arma e blasone uno scudo con banda rossa in campo argento.
Guelfi, come si vede ancora dalla merlatura delle torri del Castello, furono sempre da parte della Chiesa nelle lotte con l’Impero.
Giacomo I nel 1217 fu a fianco di Innocenzo III e del suo pupillo, l’allora minorenne Federico II, tanto da mettersi contro il proprio suocero, DIOPOLDO di WOHBURG, Conte di Acerra e di Arce, che ai confini del Regno capeggiava la parte avversa allo Svevo.
Questo cadde nelle mani di Giacomo di Sanseverino, che lo imprigionò e lo lasciò morire di fame nel sotteraneo del suo castello.
Di tutto ciò non tenne gran conto Federico II; le esigenze lo spingevano ad una politica antipapale, che presto destò la ribellione dei fedeli ad Innocenzo IV. Tra costoro Tommaso I Sanseverino e suo figlio Guglielmo.
Catturati nel 1246, quando fu espugnato il castello di Sala Consilina, dove si erano rifuggiati con gli altri, ebbero le mani mozzate e gli occhi cavati e, rivestiti di luridi stracci, appesa al collo la bolla Pontificia che li incitava alla ribellione, furono trascinati al cospetto di ogni principe affinchè fosse nota a tutti “l’infamia” da essi commessa e per monito a quanti osassero ancora ribellarsi alla spietata potestà Imperiale. Anche il Castello di Sanseverino provò il ferro e il fuoco dello Svevo ed a stendo l’ultimo rampollo di Tommaso I, il giovane Ruggiero II, la madre Palma De Morra, la vedova di Guglielmo, Maria d’Aquino e qualche altro infelice riuscirono a sottrarsi alla vendetta dell’Imperatore. Secondo Matteo Spinelli nei suoi “Diurnali” Ruggiero II fu nascosto in un sacco da un certo Donatiello di Stassio di Matera e attraverso il Beneventano uscì fuori del Regno di Napoli riparando a Lione, ove Innocenzo IV era in esilio. Re Manfredi nel 1254 per interessamento del Pontefice, ridiede il feudo perduto a Ruggiero II, ma nel contrasto che avvenne tra il nuovo Re di Napoli e la Chiesa, il Sanseverino, come sempre, parteggiò ancora per il Papa e per la seconda volta fu costretto a lasciare le sue terre rifuggiandosi in Avignone alla Corte Pontificia. La rocca di Sanseverino con i suoi possedimenti fu data in signoria a Girolamo de Anglano, consanguineo di Manfredi.
Ritroviamo Ruggiero II al seguito di Carlo D’Angiò che, protetto da Urbano IV, conquistò il Regno di Napoli nel 1266. Nuovamente in possesso delle sue terre, Ruggiero II sposò Teodora d’Aquino, anch’essa di famiglia Guelfa, esule in Francia, e fu Vicario di Carlo d’Angiò in Roma e Prosenatore romano nel 1272.
Nel 1277, quale Vicario del Regno di Gerusalemme conquisto’ Accon e a Tiro battè le milizie di Ugo di Cipro. Da questa nuova avventurosa esperienza Ruggiero II ritornava in patria al tempo della guerra del Vespro.
Fratello di Teodora fu il Grande Santo e Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino e al Castello di Sanseverino è legato un avvenimento prodigioso della sua vita come risulta dal processo di canonizzazione, che lo elevò agli onori degli altari. L’ Angelico Dottore fu ospite della sorella Teodora per le feste di Natale del 1273, rimanendo nella rocca di S. Giovanni fin verso il principio del 1274. Furono suoi compagni il fedele Fra Reginaldo e Fra Giacomo da Salerno. Recatosi in cappella per celebrare la messa, Tommaso fu visto sollevarsi due cubiti da terra. Il Crocefisso apparsogli nel suo mistico rapimento gli disse: o “Tommaso hai scritto bene di me!”.
…Ed il Santo disse in gran segreto a Reginaldo: ” tutto quello che ho scritto non è che paglia al confronto di quello che Iddio mi ha rivelato”.
Degno discendente della romanzesca figura di Ruggiero II Sanseverino fu Antonello Sanseverino, che capeggiò la rivolta dei Baroni del Regno di Napoli, repressa nel sangue degli stessi congiurati l’anno 1458, e quello  Roberto Sanseverino (1418 – 1487), nipote di Francesco Sforza, che combattè agli ordini dello zio all’assedio di Milano (1450) e guidò i soccorsi che lo zio mandò a Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò. Venuto in urto con Ludovico il Moro, morì combattendo eroicamente alla battaglia di Calliano nel Trentino nel 1487. L’ultimo signore di Sanseverino fu Ferrante, Principe di Salerno. che tenne corte brillante, circondato da letterati illustri ed ebbe come segretario Bernardo Tasso. Guerriero valoroso, sotto l’insegna di Carlo V fu all’espugnazione di Tunisi (1535) e nella quarta Guerra fra Carlo V e Francesco I combattè alla battaglia di Ceresole (1544). Aveva nel sangue atavica ribellione ai Re di Napoli e, inimicatosi D. Pedro de Toledo, scampò miracolosamente ad una archibugiata tiratagli dai sicari del Vicerè; riparò quindi in Francia presso Enrico II e morì in Avignone nel 1568. Con lui si spense il ramo principale della sua casata e cessò la signoria dei Sanseverino.
Filippo II nel 1556, diede in feudo a Ferdinando Conzaga i possedimenti che già furono dei Sanseverino. I tempi però mutavano ed i mercanti, i contadini con i piccoli signori della zona si erano ormai organizzati civicamente, dando origine all’Università Sanseverinese, ossia all’attuale Comune di Mercato Sanseverino. In quell’ epoca comparve la prima volta in una lettera dell’Università l’emblema, che è tuttora quello del Comune di Sanseverino e consta in uno scudo con banda caricata dalle iniziali V.S.S., recante nel campo superiore la figura di San Severino a mezzo busto nudo, con mitria e pastorale, e in quella inferiore una stella a cinque punte. Ricerche scritte dal Prof. Antonio Pennino nell’ annuario 1956/57.