Notizie storiche e artistiche su Mercato Sanseverino 2^ parte

La Chiesa di S. Giovanni in Palco, già dei Padri Domenicani, i quali la lasciarono nel 1815 in obbedienza all’ordine del Re di Napoli, sorse certamente per l’attaccamento di Teodora d’Aquino all’ordine dei Predicatori che ha nel suo Santo Fratello il suo campione. Ha una navata centrale larga ed ampia, con due cappelle che fanno da braccio trasversale alla croce della pianta ed una cona spaziosa e luminosa. Due serie di cappelle intercomunicanti formano come due navate ai fianchi di quella centrale. Attualmente è come fu trasformata nel 1750 quando la frenesia del barocco deturpò tante belle Chiese dell’Italia Meridionale. Ricca di sculture decorative, con alcuni Sarcofaghi quattrocenteschi di scarso valore artistico, ha un Altare Maggiore di pregevole fattura berniniana. Nella vasta Cappella del Rosario vi è una grande opera di Fabrizio Santafede, un manierista napoletano del ‘500, rappresentante la Madonna del Rosario; di lui sono anche gli affreschi, che ornano la volta della stessa Cappella.
La luttuosa notte dell’8 settembre 1943, nell’infuriare della battaglia di Salerno, fu bombardata anche la nella Chiesa e vi fu distrutto un grande dipinto di Luca Giordano, che era il vanto e la gloria artistica di S. Giovanni in Palco ed una delle più belle opere del Grande Maestro del ‘600 Napoletano.
La pittura del 500 è presente con tre quadri nella Chiesa di S. Antonio. Una tavola col Crocifisso ed i Santi Francesco e Girolamo, forse opera di Andrea da Salerno, una grande pala dell’Immacolata, opera di G. Battista Lama ed il verso di un reliquario con la Madonna e i Santi Rocco e Lucia, anch’esso attribuibile a G. Battista Lama.
Due di esse però mancano da lungo tempo dal loro posto.
Nell’architettura il sei-settecento oltre a S. Giovanni in Palco ci ha lasciato il rifacimento della Chiesa di S. Antonio nel Capoluogo, opera di G. Battista de Mari S. Anna in Pandola, l’Arciprete di Spiano, ed altre. Un vero gioiello con stucchi pregevoli, ricca di ornamenti e di eleganti modanature, di un barocco che già risente i preziosissimi del “Rococò”. L’autentico capolavoro di architettura sacra del barocco è però la Cappella di S. Giovanni Battista (già di Casa Giordano) in S. Angelo. Ariosa, tutta armonia ed eleganza, rivela lo spirito del Vanvitelli nei suoi ritmi architettonici e nella divina armonia tra pieno e vuoto. Vi si legge la stessa sigla del costruttore del Palazzo Comunale del Capoluogo, che fu già Convento Domenicano. Poche Città, anche importanti, hanno come Casa Comunale un si bello edificio. La facciata, che è un modello di sapienza costruttiva, con linee architettoniche che arieggiano il michelangiolesco Palazzo Senatoriale del Campidoglio richiama la facciata della Reggia di Caserta. Anche incompiuta, come è attualmente, la facciata di Palazzo S. Giovanni è un autentico capolavoro degna del genio di Vanvitelli. Internamente un ampio scalone mena ai piani superiori. La regale bellezza e la visione prospettica dei corridoi destano la fantasia di uno scenografo per mille fughe delle sue cornici, gli infiniti piani delle sue forme. Doverosamente però dobbiamo lamentare lo stato pietoso come è tenuto.
La pittura del ‘600 è rappresentata da una interessantissima tela di Angelo Solimena, padre del grande Serinese Francesco, che fu l’astro della pittura napoletana del settecento.
Proveniente dalla distrutta Chiesa di S. Giacomo, è malamente tenuta in un locale della casa parrocchiale adibito a divertimenti per ragazzi. Rappresenta S. Anna con S. Gioacchino e la Madonna Bambina, e fu oggetto di particolare venerazione il 26 luglio di ogni anno fino all’epoca della distruzione della Chiesa di S. Giacomo.
Nella metà del settecento tre artisti riempirono le Chiese della zona delle loro opere. Il più illustre di essi fu Paolo di Maio che lasciò nella Chiesa di S. Anna di Pandola delle teli pregevoli. Fu un pittore che temprò l’eccessivo decorativismo solimeniano con una nota di pacata gentilezza e le sue opere hanno una intonazione siderea che le distingue. Il Presepe sull’Altare Maggiore è una delicata opera , che mostra nell’artefice uno spirito calmo, sereno, che narra il prodigioso avvenimento con raccoglimento e commozione. Nemmeno quando tratta il doloroso soggetto della Pietà nella Cappella D’Amato della stessa Chiesa l’autore riesce a liberarsi della sua meditata ispirazione, dandoci una dolce ed espressiva Addolorata ed un Cristo dalle carni di alabastro: il tutto ambientato in una calma serena e commovente. Altre opere del Di Maio si trovano in S. Rocco a Penta.
Due artisti, che possiamo considerare Sanseverinesi perchè le terre ove nacquero appartenevano in quel tempo a Sanseverino, hanno lasciato vasta orma della loro opera, essi sono Michele Ricciardi, forse di Penta se non proprio Sanseverinese, e Giovanni Battista de Mari. Il primo fu un fecondo decoratore solimeniano, dalla vena facile e potente, una specie di Tiepolo paesano, che lasciò inconfondibili decorazioni nei soffitti di quasi tutte le Chiese della zona.
Assurge a tragica tintorettiana potenza espressiva nel Ritrovamento della Croce dell’Arciprete di Spiano, mentre riesce macchinoso nella Battaglia di Ponte Milvio dipinta nel soffitto della stessa Chiesa. A lui è dovuto anche il soffitto di S. Antonio in Sanseverino, il cui quadro centrale è una parafrasi dell’affresco del Solimena nella sacrestia di S. Domenico Maggiore in Napoli. Schiuse un lembo di Paradiso in S. Rocco in Penta, dipingendovi le glorie dell’Ordine Benedettino di Montevergine e narrò le storie dei Fioretti nei chiostri francescani di Nocera, Baronissi e Serino, con la forma facile del novelliere popolare.
G. Battista de Mari, di nobile famiglia del posto fu architetto valente e pittore fecondo. Nella tragica notte dell’8 settembre l’opera pittorica maggiore sua, rappresentata dagli affreschi dei Misteri del Rosario, che ornavano la volta della Congrega omonima di S. Giovanni in Palco, andò distrutta e fu compagna di sventura della tela di Luca Giordano.
Ci rimangono la pala di S. Lucia, quella dell’Immacolata, due affreschi di S: Antonio e moltissimi altri dipinti in quasi tutte le Chiese della zona.
Come architetto costrui’ alcune belle Chiese del Montorese, il Campanile e la Congrega di S. Maria dei Sette dolori in Torchiati. Restaurò la Chiesa di S. Antonio e dell’Arcipretale di Spiano, oltre alla Congrega di S. Bernardino di Fisciano.
Ricordiamo ancora l’architetto Ludovico Cacciatore che nell’ottocento e agli inizi del novecento, seguendo la moda del tempo, costruì alcune Cappelle in stili Mediovali ed il palazzo baronale dei Negri in Spiano. Sono opere che lo rivelono buon conoscitore della storia degli stili architettonici, ma artisticamente non esulano dal campo delle normali esercitazioni scolastiche.
Non possiamo chiudere queste brevi note senza un accenno al Monumento ai Caduti, di Gaetano Chiaromonte. Sulla collina della “Licinella”, in mezzo al verde Parco della Rimembranza, svetta la sua marmorea stela bianca che ormai caratterizza Sanseverino come il suo Castello, e sembra, come questo, porgere al forestiero il saluto ospitale di questa nostra terra.
ANTONIO PENNINO (tratto dall’annuario 1956/57). I portatori del cuscino della processione sono, a sinistra Silvio Grimaldi, a destra Carmine Ansalone detto “Ninuccio Pirittella”.
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